Se n'è andato come se ne vanno gli uomini giusti, secondo gli antichi romani. Ma siccome a quest'espressione sarebbe scoppiato in una grassa risata, aggiungiamo che se n'è andato soprattutto come il gran romagnolo che era: senza tante storie.
Ieri, all'ora di pranzo, Gianni Giadresco si è addormentato, semplicemente. Aveva settantott'anni. La biografia di Gianni è quella da manuale, per la sua generazione. A sedici anni diventa partigiano sotto il comando di Bulow (Arrigo Boldrini) e partecipa all'esaltante liberazione di Ravenna, il 4 dicembre '44. Dopo la guerra diventa responsabile del Pci della sua città, poi segretario provinciale e consigliere comunale, poi parlamentare, dal '72 all'87. A Botteghe oscure si occupa, fra l'altro, dei nostri emigranti.
Nel Pci, il suo partito per sempre, è stato stretto collaboratore di Giancarlo Pajetta, di Luigi Longo, di Enrico Berlinguer. Alla Bolognina si schierò contro lo scioglimento del Pci, fu tra i fondatori di Rifondazione comunista e nel '98 entrò nei Comunisti italiani.
Era stato filosovietico, ma non ottuso; d'altro canto Enrico Berlinguer, che lo aveva voluto in segreteria, lo chiamava "Giadrescu": per sfotticchiarlo alla sua maniera composta. Gianni è sempre stato uno inflessibile nella critica, che ha risparmiato pochi anche nella "sua" sinistra. Era un combinato disposto fra il massimo della critica e il massimo dell'obbedienza.
Amava la vita, la buona cucina, le donne, aveva il gusto per la battuta un po' grossa. Ne hanno fatto le spese in molti; ma ancora se le ricordano i repubblicani della sua zona, nel '53, quando fecero l'alleanza con la Dc sulla legge truffa: Gianni gliene diceva di tutti i colori.
Si è dedicato al giornalismo, nell'ultima parte della sua vita, nella ricostruzione paziente e certosina di pagine di cronaca e storia, soprattutto dei partiti comunisti, nella rivista La Rinascita della sinistra. Ha scritto libri, ma l'opera della sua vita è stato il suo ultimo, Guerra in Romagna 1943-1945, dove ha ricostruito gli anni della liberazione di Ravenna.
Lascia le figlie Barbara e Luana, gli amatissimi nipoti Matteo e Michele, l'amico Ettore Zannoni e i partigiani che lo hanno assistito fino all'ultimo. Ciao Gianni, e grazie di tutto.