Gianni Giadresco - Guerra in Romagna 1943 - 1945Il Manifesto - 19 novembre 2004

I corsari guidati da Peniakoff

Dalla storia alla leggenda Il gesto dell'ufficiale inglese che salvò dai bombardamenti la basilica di Sant'Apollinare e i suoi capolavori paleocristiani, sullo sfondo del libro dedicato da Gianni Giadresco alla Guerra in Romagna, 1943-1945

Sessant'anni fa nelle pianure attorno a Ravenna. La città è ancora nelle mani dei nazifascisti. Dopo giorni di combattimento gli alleati controllano un territorio vasto, la linea del fronte è più o meno all'altezza dei Fiumi Uniti, ma le piogge hanno ridotto la zona di Classe a una palude: argini rotti, campi allagati, qualche fattoria isolata. Impossibile muoversi. Sullo sfondo Sant'Apollinare, la basilica capolavoro dell'arte paleocristiana. Il suo campanile, colpito più volte ma ancora in piedi, è prezioso per le vedette e i cecchini tedeschi. Il comando dell'ottava armata ha deciso: per coprire l'avanzata bisogna far saltare la chiesa. Si prepara l'artiglieria e, nebbia permettendo, sono già pronti i bombardieri. Come a Montecassino, pochi mesi prima. Nella nebbia e nel pantano si muovono benissimo i partigiani della 28esima brigata Garibaldi. Gli uomini di Bulow. Un gruppetto - il distaccamento Garavini - propone un'azione spericolata a un ufficiale inglese: è l'operazione basilica. Prima che spunti l'alba del 19 novembre 1944 un commando di 35 uomini riesce a prendere il controllo di Sant'Apollinare, i tedeschi vengono messi in fuga o catturati. Per mettere fuori combattimento l'ultimo, quello che doveva far saltare il campanile, basta il vino di don Guberti, il parroco. L'ufficiale inglese chiama il comando: «Non sparate». La basilica è salva. Quell'ufficiale si chiamava Wladimiro Peniakoff, «Popski» sul campo di battaglia. Nato in Belgio da genitori russi, aveva combattuto la prima guerra mondiale con l'esercito francese e la seconda con gli inglesi in Africa. Poi era sbarcato in Italia dopo l'8 settembre alla guida di un suo specialissmo esercito privato. «Ppa», Privat Popski's army: una quarantina di uomini in jeep sempre un po' più avanti dell'esercito regolare specializzati in azioni rapide in territorio nemico, abilissimi nel deserto africano come nelle paludi romagnole. «Corsari in jeep», come scriverà dopo la guerra Popski nella sua autobiografia. E come racconta Gianni Giadresco nel suo recente Guerra in Romagna, 1943-1945 (edizioni Il Monogramma, pp. 320 euro 13). Un personaggio leggendario, il comandante Popski. Aveva promesso ai suoi uomini: finita la guerra vi porto a Venezia. Fu di parola. Nell'aprile `45 riuscì a imbarcare cinque jeep a Chioggia: li videro fare sette volte il giro di piazza San Marco sgommando.

Giadresco, che da ragazzo ha combattuto con i partigiani di Boldrini e che poi è stato parlamentare e dirigente del partito comunista, racconta che nel 1948 quando seppe dell'attentato a Togliatti, Peniakoff noleggiò un aereo e arrivò a Roma dall'Inghilterra per portare a Botteghe oscure la penicillina che non pensava gli italiani avessero. Verità o leggenda che sia, conferma la fama di Popski. Così come l'operazione di Sant'Apollinare che però, stranamente, proprio nelle memorie autobiografiche viene liquidata dall'inglese in poche righe: «Pochi giorni prima - si legge nella traduzione in italiano edita da Garzanti nel 1951 - avevo avuto la fortuna di salvare dalle nostre cannonate la chiesa di Sant'Apollinare in Classe, fuori Ravenna. Mi ero vagamente ricordato che era ornata di mosaici romani del VI secolo di grande bellezza, e avevo persuaso gli artiglieri a rinviare il cannoneggiamento di 24 ore. Nel frattempo io avrei mandato un drappello a visitare il campanile, nel quale si credeva che i tedeschi avessero un osservatorio di artiglieria. Dimostrai che si trattava di una voce infondata e salvai la chiesa. Questo atto virtuoso, il primo di una lunga carriera di distruzioni, mi aveva dato tanta soddisfazione...» Dunque il racconto scritto di Peniakoff sembra essere molto meno eroico. In verità esistono testimoni che hanno sentito l'inglese alcuni anni dopo i fatti, tornato a Ravenna sui luoghi dov'era stato protagonista, vantarsi di una sua partecipazione diretta all'impresa. Finita nel tritacarne della Guerra fredda, «l'operazione basilica» fece presto a trasformasi in una specie di Rashomon. C'è la versione del prete, che prende tutto il merito per sé e per la potenza alcolica del suo vino. C'è quella di Guerrino Ravaioli, un partigiano non garibaldino che negli anni Settanta in un libro di Dino Molesi ha raccontato di aver fatto tutto da solo, con un sopralluogo notturno per conto di Peniakoff che servì a escludere la presenza di tedeschi armati nella basilica. C'è persino la testimonianza giurata dei partigiani del Garavini. Nel 1952 il municipio di Ravenna volle mettere una lapide all'ingresso della basilica in memoria di Popski, morto l'anno prima. A «Carlos» (al secolo Taschiero Casadio) e gli altri garibaldini non piacque di essere stati esclusi dal ricordo e dal merito: prepararono una dettagliata memoria dell'operazione alla quale avevano partecipato, con tanto di orari in cui si erano svolti i fatti, e pensarono bene di depositarla da un notaio, a futura memoria.

Il cuore della narrazione di Giadresco sta naturalmente nell'inverno '44-'45, dopo la liberazione di Rimini (21 settembre `44) e prima dell'aprile 1945. Quasi duecento giorni con i nazifascisti da una parte e gli alleati fermi dall'altra. In mezzo il piccolo fiume Serio, il «romagnolo Piave», nel campo nemico i partigiani a rischiare la pelle in azioni spericolate a volte in accordo, più spesso in disaccordo con i liberatori. Ma le storie di Guerra in Romagna danno il meglio a volerle leggerle senza un filo cronologico, senza pretese di completezza nella ricostruzione. Del resto è così che le ha concepite l'autore, che dedica il libro ai suoi nipoti: «Il racconto del nonno partigiano». Un racconto pieno di personaggi sensazionali, da Mario Ricci, «l'eroico Armando», il boscaiolo di Pavullo che guidò la repubblica partigiana di Montefiorino a Menichetto Ferro, il sottotenente di artiglieria che salì in montagna e riuscì a rubare ai tedeschi i piani per la costruzione della linea Gotica. E a Arrigo Boldrini, Bulow naturalmente, con quel nome di battaglia da sembrare un tedesco di cui si racconta genesi e fortuna. E poi i ricordi vissuti, come la paura del ricognitore alleato che si sentiva rombare nelle notti dell'inverno 1943 e che i contadini avevano cominciato a chiamare «Pippo» e come la straordinaria contestazione al luogotenente del regno nel maggio 1945, alla fine della guerra.

Accadde a Codevigo, tra Padova e Chioggia, dove Umberto di Savoia aveva insistito per passare in rassegna i reparti dell'esercito che avevano combattuto con gli alleati. Anche i partigiani della 28esima brigata Garibaldi. Non poteva immaginare il futuro «re di maggio» che a contestarlo non sarebbero stati i partigiani che Bulow teneva a freno, ma i «regolari» del Cremona. Mentre la banda suonava le note della marcia reale, i militari cantarono a squarciagola davanti allo Stato maggiore e ai generali alleati il canto più antimonarchico dei partigiani: «Già trema la casa Savoia / bagnata di fango e di sangue...» Pare che al principe vennero giù le lacrime.

Andrea Fabozzi

www.giadresco.it