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Venerdì, 3 marzo 2006 «
IL MONDO DI GIANNI » Roma,
venerdì 3 marzo ore 15,30. Sala della Pace “Giorgio La
Pira” Partecipano: Chiunque sia interessato ad acquistare il libro può rivolgersi presso la sede de La Rinascita della Sinistra, tel. 06 684008 – fax 06 68892730 |
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di Daniela Preziosi (Liberazione - 21 gennaio 2005) E' morto ieri Gianni Giadresco, da sempre nel Pci, tra i fondatori di Rifondazione, ora nel Pdci. Domani i funerali a Lugo, il comune romagnolo dove era nato 78 anni fa Una vita di critica e impegno Se n'è andato come se ne vanno gli uomini giusti, secondo gli antichi romani. Ma siccome a quest'espressione sarebbe scoppiato in una grassa risata, aggiungiamo che se n'è andato soprattutto come il gran romagnolo che era: senza tante storie. Ieri, all'ora di pranzo, Gianni Giadresco si è addormentato, semplicemente. Aveva settantott'anni. La biografia di Gianni è quella da manuale, per la sua generazione. A sedici anni diventa partigiano sotto il comando di Bulow (Arrigo Boldrini, un'amicizia durata fino a ieri, nell'Anpi di cui era dirigente) e partecipa all'esaltante liberazione di Ravenna, il 4 dicembre '44. Dopo la guerra diventa responsabile del Pci della sua città, poi segretario provinciale e consigliere comunale, poi parlamentare, dal ‘72 all'87. A Botteghe oscure si occupa, fra l'altro, dei nostri emigranti. In particolare dei nostri operai in Argentina negli anni della dittatura, con una passione che non l'ha mai più abbandonato: quando qualche anno fa è iniziato a Roma il processo contro i militari golpisti, Giadresco l'ha seguito con la pignoleria di un cronista al suo primo pezzo; e invece aveva ormai una bella età. Nel Pci, il suo partito per sempre, è stato stretto collaboratore di Giancarlo Pajetta, di Luigi Longo, di Enrico Berlinguer. Alla Bolognina si schierò contro lo scioglimento del Pci, fu tra i fondatori di Rifondazione comunista e nel '98 entrò nei Comunisti italiani, del comitato centrale ora faceva parte. Era stato filosovietico, ma non ottuso; d'altro canto Enrico Berlinguer, che lo aveva voluto in segreteria, lo chiamava "Giadrescu": per sfotticchiarlo alla sua maniera composta di questa sua inclinazione per Mosca. Ma era tanto tempo fa. Gianni è sempre stato uno inflessibile nella critica, che ha risparmiato pochi anche (ma non soprattutto) nella "sua" sinistra. Era un combinato disposto fra il massimo della critica e il massimo dell'obbedienza. Amava la vita, la buona cucina, le donne, aveva il gusto per la battuta un po' grossa. Ne hanno fatto le spese in molti; ma ancora se le ricordano i repubblicani della sua zona, nel '53, quando fecero l'alleanza con la Dc sulla legge truffa: e Gianni, laico e un po' mangiapreti proprio come i repubblicani di quelle parti, gliene diceva di tutti i colori. Era romagnolo, e talmente lo sapeva importante che lo incuriosiva la romagnolità del fascismo; ne ha scritto a più riprese. Era inflessibile con tutte quelle che giudicava deviazioni di linea, e non smetteva mai di fare ramanzine ai più giovani, troppo poco inquadrati. Ma capiva, Gianni capiva le persone, aveva un'umanità ricca e allegra, che alla fine contava molto di più delle incomprensioni ideologiche. Le mancanze sul piano umano, anche nel partito, innanzitutto nel partito, lo preoccupavano prima e più di qualsiasi questione politica. E non mancava di rispetto alle persone perché la mancanza di rispetto l'aveva conosciuta dai fascisti e dai nazisti. Si è dedicato al giornalismo, nell'ultima parte della sua vita, nella ricostruzione paziente e certosina di pagine di cronaca e storia, soprattutto dei partiti comunisti, nella rivista La Rinascita della sinistra. Ha scritto libri, ma l'opera della sua vita è stato il suo ultimo, Guerra in Romagna 1943-1945 (Il Monogramma), dove ha ricostruito gli anni della liberazione di Ravenna. Qualche settimana fa, quando ormai la malattia lo aveva fortemente provato - ma lui non mollava, fino a l'altro ieri faceva progetti per quando sarebbe uscito - ce lo ha confessato: avrebbe potuto cominciare a curarsi prima, ma voleva finire il suo libro, era un debito che aveva con i suoi romagnoli. E infatti il suo racconto è un romanzo corale in cui ha infilato dentro, con furia compilativa, una storia dopo l'altra, tutti quelli che si ricordava e di cui aveva racimolato qualche documentazione: tutti, dai più eroici ai più anonimi. Tutte soprattutto: perché se era entusiasta per le vittorie militari che i partigiani seppero ottenere contro un esercito vero, quello tedesco, sapeva che la liberazione non ci sarebbe stata senza le donne, quelle che nascondevano i ricercati, che cucivano i vestiti, che inventavano di tutto per allontanare i tedeschi. E senza i contadini, che bruciavano il raccolto condannandosi alla fame, pur di non consegnarlo. Aveva voluto parlare di tutti, uno per uno: perché a tutti, ci ha detto, bisognava essere grati per sessant'anni di democrazia e Repubblica. La sua città, il suo sindaco, i suoi amici, lo hanno ripagato, giustamente e per fortuna, apprezzando lo sforzo che aveva fatto per quello che era: un grande regalo. Perché Gianni, che stava per morire, sapeva che quando se ne va un uomo brucia una biblioteca intera; e lui, scrivendo il libro, ha salvato la sua, per generosità, per convinzione politica, per amore della vita e per passionaccia di comunista. Lascia le figlie Barbara e Luana, gli amatissimi nipoti Matteo e Michele, l'amico Ettore Zannoni e i partigiani che lo hanno assistito fino all'ultimo. Lascia a noi il suo stile, non si è arreso fino all'ultimo, e dalla Resistenza a ieri ogni volta che doveva fare qualcosa che agli altri sembrava francamente improbabile, diceva semplicemente "us' po' tinté", ci si può provare. I funerali si svolgeranno sabato alle 14,30 davanti al cimitero di Lugo, il comune romagnolo dove era nato. Ciao Gianni, e grazie di tutto. |
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